Le “eroine” dell’Antico Testamento nella navata della chiesa di Santa Croce ad Ivrea.

Percorrendo la navata della chiesa, guardando in alto nelle lunette ai lati delle finestre, scorgiamo – dipinte da Luca Rossetti su indicazione di qualche ignoto erudito committente – le raffigurazioni di alcune “eroine” veterotestamentarie. Si tratta di figure femminili dai tratti del viso aggraziati che indossano vesti ampie ed eleganti, dai colori morbidi, con fogge in accordo con la moda di quegli anni. I vistosi cartigli posti ai loro piedi non hanno solo una funzione didascalica, ma valgono a dare loro il sapore di una tradizione religiosa antica.

Alle eroine in questione (quattro su ogni parete della navata) è affidato il compito di sottolineare il principio della “unità di tutte le Scritture in Cristo”, vale a dire la continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Si tratta di figure femminili che una diffusa esegesi biblica ha interpretato come profeticamente allusive dell’avvento della Vergine(1).

Ester

Sul lato destro della navata, nella prima campata, vediamo Ester raffigurata come regina(2): assisa in trono, regge lo scettro nella mano destra e porta in testa la corona; indossa un’ampia gonna giallo ocra ed una morbida chemise bianca, stretta sul busto da un corpetto di un pallido azzurro, mentre sulle spalle si stende un ampio manto regale color cremisi, fermato sul petto da una fascia ornata di preziosi fermagli. La carnagione pallida del volto mostra un lieve rossore sulle gote; gli occhi sono rivolti al cielo, come in estasi.
Il cartiglio che osserviamo al di sotto della sua immagine recita “liberavit populum ab excidio”

L’accostamento di Ester a Maria risale almeno all’anno 836 quando Rabano Mauro Magnenzio nella sua Expositio in librum Esther mette in evidenza, attraverso alcune concordanze, come l’eroina ebraica debba considerarsi una delle tante prefigurazioni di Maria presenti nell’Antico Testamento. La sua incoronazione da parte di Assuero, il re persiano, corrisponde all’incoronazione in cielo della Vergine assunta; il suo intervento presso il re, capace di salvare il popolo ebraico dall’eccidio, diventa emblema dell’intercessione di Maria presso il Figlio nel giorno del giudizio.

Nella stessa lunetta, di fronte ad Ester, è posta la figura (alquanto deteriorata) di Abigail. Anch’essa preannuncia la Vergine per aver salvato il suo popolo dall’eccidio e per essere riuscita a placare l’ira di Davide(3); anche per la sua umiltà prefigura quella della Vergine annunciata.

Abigail

Sempre sulla parete destra della navata, nella lunetta presente nella campata successiva, troviamo – fatto assai inconsueto – la raffigurazione di una eroina poco menzionata: si tratta verosimilmente di Abia (alias Abi, alias Abijah,; un personaggio minore che compare nell’Antico testamento come moglie di Acaz, re di Giuda e madre di Ezechia successore di Acaz.

Abia

L’eroina, assisa accanto ad un tavolino su cui ha appoggiato la corona regale, indossa un’amplissima gonna granata (che sapienti luminescenze fanno apparire quasi serica), una camicia bianca dalle ampissime maniche svasate ed un corpetto giallo a punta sul davanti, stretto sulla vita sottile da una preziosa cintura. Ricercata è anche l’acconciatura dei capelli, stretti sul retro da un velo leggero e impreziositi sul davanti da file di perle e da un monile d’oro sulla fronte. Regge con la destra un ramo fiorito di giglio, simbolo di purezza.
Il cartiglio ai suoi piedi recita: Ahbiac (?) regi nupta sed semper virgo, ponendo a chi guarda un non facile problema interpretativo

Secondo una lettura letterale della Bibbia è ad Abia che fanno riferimento le celebri ed enigmatiche parole di Isaia «la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is. 7,14); parole che l’esegesi biblica, in accordo con il Vangelo di Matteo (Mt 1,23), ha da sempre interpretato come profezia del parto virginale di Maria(4). Si tratta tuttavia di una figura minore, esclusa da cicli pittorici dedicati alle eroine veterotestamentarie(5), che ha qui verosimilmente la funzione di richiamare le citatissime parole di Isaia, profeta che, sorprendentemente, non trova qui spazio nei pennecchi della volta.

Nella stessa lunetta, di fronte ad Abia, troviamo Giaele intenta a trafiggere, con un martello e un paletto, il cranio del generale dell’esercito cananeo Sisara.

L’eroina indossa una veste color cenere ed una sopravveste di color carminio; una camicia di un pallido azzurro, con le maniche che lasciano scoperti i forti avambracci; è stretta in vita da un’alta cintura dorata; una cuffia trattiene i suoi capelli biondi e vale a mettere in risalto un volto molto dolce (a dispetto della azione cruenta che sta compiendo).
Sotto la tenda in cui è stato accolto, Sisara è sprofondato nel sonno senza neppure togliersi l’elmo. Così Giaele decide di conficcare un paletto della tenda proprio nell’orecchio del generale nemico. Si adempie così la profezia di Debora che, nel Libro dei Giudici, aveva previsto la uccisione di Sisara da parte di una donna.
Il cartiglio ai suoi piedi recita: Jahel confodit caput sisarae

Giaele

Non è facile comprendere come Giale, che accoglie Sisara come ospite nella sua tenda e poi, nel sonno, lo uccide, possa prefigurare la figura della Vergine: la difficoltà non ha arrestato gli esegeti che videro in Giale la figura dell’Immacolata che schiaccia il capo al serpente(6).

ulla parete sinistra della navata, nella lunetta che circonda la finestra della prima campata, troviamo la figura ormai illeggibile di una eroina biblica (con ogni probabilità doveva trattarsi di Giuditta, la più raffigurata delle donne dell’Antico Testamento) e di fronte a lei , con ogni probabiltà, quella di Agar, schiava egiziana di Sara, e madre di Ismaele, primo figlio di Abramo (Genesi, capitoli 16 e 21).

Agar

L’eroina, dai lunghi capelli biondi, indossa una candida chemise ornata da un bordatura color oro; ha il volto triste e gli occhi pieni di lacrime che asciuga con un ampio fazzoletto bianco ornato di pizzo. L’immagine si riferisce verosimilmente al momento in cui Agar, scacciata da Abramo, si trova nel deserto senza acqua ed ha appena abbandonato il figlio Ismaele per non vederlo morire. Subito dopo udrà dal cielo la voce di Dio che le dice di non temere e profetizza che da Ismaele discenderà una grande nazione (Gen. 21, 17)

Il cartiglio ai suoi piedi è ampiamente rovinato: si leggono solo le parole omnibus dilecta, a significare la speciale attenzione che il Signore dimostra per la schiava di Sara.

La prefigurazione della Vergine Maria, è legata soprattutto al passo della Genesi in cui si narra della apparizione ad Agar di un Angelo che le dice «Ecco, sei incinta: partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele». L’episodio richiama alla mente la figura dell’Angelo annunziante che dice a Maria: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo» (Luca, 26,30). La iscrizione sul cartiglio sembra collegarsi al fatto che Agar per ben due volte fa esperienza di Dio che si prende cura di lei – una schiava – nei momenti in cui la sua situazione sembra disperata.

Nella lunetta successiva troviamo Sara e Rachele, rispettivamente spose di Abramo ed Isacco i grandi patriarchi di Israele, figure emblematiche della lunga storia della Chiesa.

Sara indossa su una veste rossa e una sopravveste cinerina; sulle spalle porta un ampio scialle avorio annodato sul petto. Il suo capo è coperto da una sorta di turbante impreziosito in fronte da un gioiello: esso incornicia il volto che ci mostra una donna, ancora avvenente, pur se avanti negli anni. Protende le palme e pare accennare, incredula, ad un sorriso, colta forse nel momento in cui, origliando, sente i tre angeli apparsi ad Abramo, preannunciare  a lei sterile – una futura maternità. Accanto a lei osserviamo un lungo bastone da pellegrino ed un sacco: contiene la farina che Abramo le ha chiesto di prendere per preparare le focacce agli angeli ospitati. Il cartiglio ai suoi piedi recita: sara mater credentium a sottolineare forse il ruolo di antesignana della Nuova Alleanza assegnatole da San Paolo(7).

Sara

La Madonna, madre di Cristo, è diventata immagine della Chiesa e madre dei credenti in Cristo. La matriarca Sara rappresenta l’immagine antica del popolo credente nell’unico Dio.

Di fronte a Sara, è raffigurata un’altra matriarca: Rebecca, sposa di Isacco e madre di Giacobbe ed Esaù.

Rebecca

Anche per Rebecca, abbiamo un vestito ispirato dalla moda del tempo, con un’ampia veste ocra, un corpino rosa ed una camicia di stoffa leggera, al punto da lasciare intravedere sotto di esse la forma un seno in fiore. Siamo di fronte alla Rebecca giovane e avvenente che Eliezer incontra a Nacor nei pressi di un pozzo (la donna tiene in mano un secchio che ha riempito d’acqua nel pozzo che sta alle sue spalle). Ha capelli biondi ed un dolce viso virginale La scritta ai suoi piedi è in parte rovinata; vi leggiamo: Duos Rebecca populos […]gesta in […]tero

A chiarimento delle parole del cartiglio si può osservare che i due popoli che discendono da Rebecca sono quelli generati dai due gemelli che essa ha partorito, Esaù, il primo uscito dal grembo, e Giacobbe il prediletto di Rebecca. Lo aveva predetto, mentre lei era incinta, la voce del Signore: «In te ci sono due nazioni. / Da te usciranno due popoli rivali: / uno sarà più forte dell’altro. / il maggiore servirà il minore.» (Gen., 25,23). La frase finale, com’è noto, venne già ripresa da San Paolo (Romani, 9, 12) come sottomissione degli ebrei ai gentili convertiti al cristianesimo. In questo senso Rebecca prefigura anch’essa la venuta di Maria e con essa la chiesa di Cristo, che sopravanzerà la religione ebraica.
Le tante donne, presenti nell’Antico Testamento, sono, come si è visto, preannunciano la venuta della Vergine. Gli esegeti hanno riconosciuto in ciascuna di esse eventi o tratti comportamentali che rimandano alla Madonna. Nessuna ovviamente arriva ad eguagliare la “piena di grazia, benedetta fra tutte le donne”. Per sottolineare questo impari confronto si ricorre ancora ad un passo del Vecchio Testamento, quello che compare nel cartiglio che un maestoso e bellissimo angelo mostra sulla volta della navata: TU SUPERGRESSA ES UNIVERSAS(8) (Proverbi, 31,29), anch’esso interpretato in riferimento alla Vergine.

Angelo sulla volta della navata


  1. La ermeneutica dell’Antico Testamento (AT) nel mondo cristiano risale, come noto, ai primi Padri della Chiesa che si accostarono al testo cercandovi un significato simbolico più profondo basato spesso su allegorie che hanno come fondamento la lettura cristologica del testo, nel senso che le vicende narrate nell’AT sono supposte prefigurare le vicende di Cristo e della sua Chiesa: sta in tale lettura – secondo quest’ottica – la chiave per comprendere il senso profondo dei fatti dell’AT. Tale procedimento esegetico, nella chiesa di Santa Croce, sta alla base non solo della raffigurazione delle eroine bibliche, ma anche dei profeti e dei re antichi di Israele che troviamo nei pennacchi della cupola e anche dei personaggi maschili dell’AT che osserviamo nel coro.
  2. Sappiamo dal Libro di Ester che il re di Persia, Assuero, “s’innamorò di Ester […] e perciò pose su di lei la corona regale. Poi il re fece un banchetto […] volendo solennizzare così le nozze di Ester.” (Est.2,17-18)
  3. Leggiamo nel primo libro di Samuele (1 Samuele 25) che Abigail viveva con suo marito Nabal nella regione in cui Davide si era rifugiato mentre era fuggiasco. In quel tempo Nabal beneficiò della protezione di Davide e dei suoi uomini contro predoni che volevano impossessarsi dei suoi ricchi armenti. In seguito, quando alcuni messaggeri inviati da Davide andarono da Nabal a chiedergli del cibo, questi glielo negò in modo arrogante. Davide, fortemente irato, decise di uccidere Nabal e tutti i maschi della sua casa. Quando Abigail venne avvertita dell’imminente attacco, di nascosto dal marito e con l’aiuto dei servi, caricò sugli asini un gran numero di provviste; si recò da Davide e si gettò ai suoi piedi supplicandolo di perdonare l’offesa subita. Davide, commosso, abbandonò il suo proposito di vendetta e ringraziò Abigail per avergli impedito di compiere una strage. Dopo pochi giorni, Nabal morì e Abigail divenne moglie di Davide.
  4. Attorno alla questione è presente, come noto, un ampio dibattito che muove dalla traduzione del termine “almah” (giovane donna) che compare nell’originale ebraico, con il termine “parthénos” (vergine) nella versione greca del testo bibblico. Sorprende qui in Santa Croce che la figura di Isaia con la sua celebre profezia non sia stata esplicitamente richiamata nei pennacchi della volta.
  5. Si può ricordate, a titolo esemplificativo, come a Pavia, nella chiesa di Santa Maria Incoronata di Canepanova, siano presenti otto grandi tele seicentesche che celebrano, come nel nostro caso, eroine bibliche prefiguranti la Madre del Signore: Giaele, Abigail, Giuditta, Ester, Rachele, Debora, Miriam e Rebecca. Rispetto a Santa Croce ci sono in più Rachele e Debora, mentre mancano Agar e Abia
  6. Vedi ad es. Biagio della purificazione, Sermoni detti di Avvento, Roma 1685, serm. 10, p. 24
  7. San Paolo, nella lettera ai Galati (Gal. 4,22-31), riprende le immagini di Sara e Agar, interpretate in chiave allegorica, secondo la quale Agar rappresenterebbe la Antica Alleanza, mentre Sara sarebbe la Nuova Alleanza.
  8. La frase completa è: «Multae filiae congregaverunt divitias, tu supergressa es universas» [«Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma tu le hai superate tutte!»].