Pannello con la Comunione degli Apostoli

Chi entra oggi nella chiesa di Santa Croce ed alza lo sguardo verso la balconata che ospitava l’organo, osserva su di essa un pannello ligneo raffigurante la Comunione degli Apostoli con le figure ritagliate seguendo il profilo delle loro teste.

Scrive in proposito Guglielmo Berattino: «L’ultima spesa degna di nota sostenuta nel XIX secolo per l’incremento del patrimonio artistico della chiesa fu l’acquisto di un dipinto su tela rappresentante il S. Sacramento, da esporsi sulla porta della Chiesa in occasione delle 40 Ore, opera del pittore Giuseppe Stornone» specificando poi che il dipinto venne pagato lire 30 in data 31.3.1871 […]

Giuseppe Stornone, Comunione degli Apostoli, olio su tela riportata su supporto ligneo, 1871
Giuseppe Stornone, Comunione degli Apostoli, olio su tela riportata su supporto ligneo, 1871

Non si conosce l’autore della grande pala d’altare; si individua nel suo stile il tentativo di inserirsi sulla scia del caravaggismo diffusosi in Piemonte, non immemore di reminiscenze manieristiche.

La tela raffigura l’apparizione miracolosa della Madonna a San Filippo Neri: sappiamo che il Santo nutrì fin da piccolo una tenera devozione per la Madonna, chiamandola con semplicità “La Mamma mia”, “Il mio amore”, “La mia consolazione”[1].

Scrive in proposito Guglielmo Berattino: «L’ultima spesa degna di nota sostenuta nel XIX secolo per l’incremento del patrimonio artistico della chiesa fu l’acquisto di un dipinto su tela rappresentante il S. Sacramento, da esporsi sulla porta della Chiesa in occasione delle 40 Ore, opera del pittore Giuseppe Stornone», specificando poi che il dipinto venne pagato lire 30 in data 31.3.1871[1]. La tela, per come la vediamo, è montata su una intelaiatura lignea.

Com’è noto, le “quarantore” costituiscono una pratica devozionale di esposizione e adorazione del SS. Sacramento per quaranta ore consecutive, in ricordo del tempo trascorso fra la morte e la risurrezione di Gesù. In Santa Croce tale pratica aveva luogo al principio di novembre, nelle festività religiose dei Morti e dei Santi, e – come ricorda il Robesti – «nelli tre ultimi giorni del carnovale, per deviare il popolo dalli spettacoli et peccati che sogliono in tal tempo dalla maggior parte dei cristiani commettersi ed in tal maniera placare l’ira d’Iddio da essi irritata»[2].

Il soggetto del dipinto si rifà al racconto evangelico dell’Ultima Cena, e più esattamente al momento in cui Gesù, preso il pane e pronunziata la benedizione, lo spezza e lo distribuisce ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». La scena è fin troppo addensata, per far posto agli apostoli inginocchiati in uno spazio alquanto ristretto. Oltre alla figura aureolata di Gesù che tiene in mano un piatto con le “ostie” da distribuire agli apostoli, si notano in particolare, sulla sinistra, San Giovanni, giovane e senza barba, avvolto in uno sgargiante manto rosso, e sulla destra la tragica figura di Giuda rappresentato mentre, con il busto piegato in avanti, volge le spalle al gruppo che si accinge tradire: avvolto come un bozzolo in un manto bianco, egli porta le mani giunte presso la bocca in un gesto di disperazione.

L’autore della tela, l’eporediese Giuseppe Stornone (1816 – 1890), era a quel tempo, nel campo dell’arte sacra, a capo della principale bottega d’arte pittorica presente ad Ivrea. Lo ricordiamo per i numerosi affreschi e pale d’altare che realizzò in Canavese e in Valle d’Aosta, adottando un linguaggio neobarocco, che – per quanto arretrato – doveva incontrare ancora ampio gradimento presso i committenti[3]. All’interno della sua bottega si sono formati i suoi due figli, Giovanni e Felice.

[1] G. Berattino, La confraternita di S. Croce di Ivrea, «Bollettino della Società Accademica di Storia ed Arte del Canavese», N. 6, 1980, pp. 58-59

[2] P. G. Robesti, Notizie storiche riguardanti le antichità della città di Ivrea (1763), a cura di L. Colliard, Aosta 1977, p. 84 sgg

[3][3] Lo ricordiamo, ad esempio, come autore ad Ivrea della pala d’altare laterale dedicato al beato Warmondo, e come autore delle tre pale d’altare del santuario di Notre Dame de Guérison in Val Veny, (dove realizzò anche nel 1868 gli affreschi della volta e delle pareti del coro)