La chiesa di Santa Croce tra i luoghi di spiritualità francescana nella Diocesi di Ivrea
Il 3 ottobre 1226 − esattamente otto secoli fa − San Francesco chiudeva ad Assisi la sua parabola terrena, lasciando un’impronta profonda e duratura nel corpo della Chiesa. “Serafico in ardore” lo chiamerà Dante, essendo stato portatore di un ardente messaggio di rinnovamento evangelico fondato sull’imitazione di Cristo, la povertà, la fraternità, l’accoglienza degli ultimi, la pace e l’amore per il Creato; un messaggio che i movimenti francescani si sono sforzati e si sforzano, per quanto possibile, di tener vivo e diffondere.
Innumerevoli sono, in Italia e nel mondo, i luoghi ricchi di testimonianze francescane che ci parlano attraverso la loro storia e attraverso il lascito artistico che li connota: questo vale, e in misura non marginale, anche per Ivrea e il suo territorio diocesano. Citiamo qui solo alcuni di questi luoghi.
Possiamo prendere le mosse da quello che è stato il primo convento francescano eretto ad Ivrea intorno al 1215, con la sua chiesa gotica: la tradizione (che il Benvenuti dà per certa) vuole che sia stato il Poverello di Assisi in persona, in visita ad Ivrea, a suggerirne la fondazione. Oggi la chiesa non esiste più; esistono ancora i locali del convento ristrutturato nel XVIII secolo (divenuti al presente sede della Polizia di Stato) dove troviamo, nella volta dello scalone, una superba raffigurazione della Morte di San Francesco, eseguita nel 1741 da Luca Valentino Rossetti da Orta. La scena vede il Santo, disteso su alcuni gradini, reggere con la mano sinistra un crocifisso, gli occhi semichiusi rivolti al cielo nel deliquio del trapasso, mentre una coppia di angeli gli sorregge amorevolmente il busto. Un terzo angelo, con il violino, suona per lui una musica celestiale per lenire le sue pene. Un cartiglio sulla destra del dipinto reca la scritta: è tanto il ben ch’aspetto / ch’ogni pena m’e diletto. Così Francesco si prepara all’incontro con “Sorella Morte”.
L’edificazione ad Ivrea di un altro luogo di culto che la tradizione vuole sia stato anch’esso suggerito direttamente dal Santo verso il 1220 è la Cappella dei Tre Re posta in cima al santuario di Monte Stella. Essa conserva un’elegante Adorazione del Bambino tra i Santi Rocco e Sebastiano eseguita ad affresco all’inizio del XVI secolo, ed ispirata con evidenza da un’altra Adorazione, opera di Martino Spanzotti realizzata verso il 1480: la troviamo nella chiesa di San Francesco a Rivarolo Canavese (Fig. 2).
Dell’affresco in questione è stata proposta una lettura che la collega alla celebrazione della dottrina (ora dogma) dell’Immacolata Concezione: una dottrina che, com’è noto, fu particolarmente cara ai francescani, sostenuta in termini teologici specialmente dal francescano Giovanni Duns Scoto, un frate filosofo del XIII secolo. Ne faremo ancora cenno più avanti.
Ritornando ad Ivrea si dovrebbe citare il monastero di Santa Chiara, fondato dalle Clarisse nel XIV secolo, che ha avuto un impatto storico significativo sulla città, collocato nella zona dell’attuale Museo Garda, per finire poi demolito nel XIX secolo. Di esso rimane ben poco, ad eccezione di una superba Adorazione del Bambino con Santa Chiara, tela di Defendente Ferrari conservata attualmente nel Museo del Duomo.
Il luogo dove lo spirito francescano ad Ivrea soffia verosimilmente più forte, connettendosi al lascito dei valori umanitari olivettiani, si trova ai piedi della collina di Monte Navale, nell’area ad alto valore storico e paesaggistico che i vecchi eporediesi continuano a chiamare “il Convento”. Parliamo di quella che è stata la chiesa conventuale − gestita ora dal FAI – dedicata a San Bernardino da Siena, uno dei più illustri rappresentanti della famiglia dei Frati Minori Osservanti, edificata,, nella sua prima struttura tra il settembre del 1455 ed il gennaio del 1457: incontriamo qui uno dei capolavori assoluti dell’arte sacra in Piemonte: il tramezzo affrescato in cui Martino Spanzotti ha narrato (in venti scene ed una imponente Crocifissione), la Storia della Vita e della Passione di Cristo. L’opera esprime i tratti peculiari della devozionalità francescana volta a infondere una genuina carica umana al racconto evangelico attraverso una poetica capace di conferire al racconto la verità e la nobiltà dell’esperienza umana che è propria dei più svantaggiati. Giovanni Testori, in un saggio scritto nel 1958, dopo il restauro degli affreschi voluto da Adriano Olivetti, ha commentato l’opera con parole di grande sensibilità:
«È una nobiltà nuova quella che si fonda in questi anni nel Nord dell’Italia e alla quale lo Spanzotti offre questo suo inconfondibile tono: una nobiltà umana, anziché umanistica; il fatto riportato alle sue proporzioni reali e quotidiane, contro il fatto dilatato dall’iperbole dell’ideologia; il profondo del particolare, infine, contro l’esteso dell’universale. Ma reperire per costanza di verità una parola che ha durato e duri nel destino degli uomini, fitta nella loro carne e nel loro cuore, che grande, umana e, diciam pure, meritoria fatica! »
Occorre inoltre dire come la chiesa ci parli di San Francesco anche attraverso gli affreschi (poco studiati) eseguiti da ignoti pittori tardogotici alcuni anni prima del capolavoro spanzottiano. Uno di questi (molto rovinato) si trova sulla parete nord della navata, poco dopo l’entrata; Si tratta di una raffigurazione di San Francesco che riceve le stimmate (Fig. 3). L’episodio, riportato nella Legenda maior di San Bonaventura (XIII,3), narra come, mentre Francesco stava pregando sul fianco del monte della Verna, vide Cristo in aspetto di serafino crocefisso, il quale gl’impresse nelle mani e nei piedi e anche nel fianco destro le stimmate della Croce. Nella nostra scena è direttamente Gesù crocifisso che appare in cielo circondato da un bagliore di luce, mentre San Francesco protende verso di lui le braccia, mostrando il palmo delle mani, pronte a ricevere i segni della Passione. Sullo sfondo, in un paesaggio roccioso, osserviamo, posta in un angolo, la figura di un seguace di Francesco, Padre Leone, che solleva lo sguardo dal libro che stava leggendo, accecato dalla luce dell’apparizione divina.
Un’altra immagine di San Francesco che riceve le stimmate di Cristo è (malamente) conservata al di là del tramezzo, nella chiesa primitiva, dove si continuarono a svolgere, anche dopo la costruzione della chiesa riservata al popolo, le funzioni religiose. Si è voluto sottolineare con questo la straordinarietà del miracolo, che indica Francesco come Alter Christus, espressione creata per sottolineare la profonda immedesimazione del Santo con la figura di Gesù Cristo.
Che la spiritualità francescana fosse ancora molto viva ad Ivrea nei secoli XVII e XVIII lo dimostrano molti lasciti artistici: tra di essi si distingue specialmente, come cercheremo di argomentare qui di seguito, la chiesa della Confraternita di Santa Croce (allora denominata Confraternita del Suffragio). Occorre subito ricordare che la Confraternita, costituitasi spontaneamente del 1616, utilizzò per i primi sette anni, per le proprie funzioni religiose in suffragio dei defunti, un altare messo a disposizione dei Confratelli nella chiesa del convento di San Francesco. Il legame con la spiritualità francescana rimase profondo e lasciò il segno nel programma artistico che la confraternita ha portato avanti per anni ed anni ai fini di abbellire la propria chiesa.
Sorprende notare, già all’esterno dell’edificio, nel passaggio che porta alla sacrestia, incastrato nel muro, il trigramma di San Bernardino da Siena, dove le lettere IHS (simbolo del nome di Gesù) ed i raggi del sole che le circondano sono realizzate in stucco su un disco di pietra di circa un metro di diametro (Fig. 4).
Troviamo lo stesso trigramma sorretto da due angeli nella cimasa in legno dorato dell’altare laterale di San Filippo Neri, realizzato nel 1690 grazie alle generose donazioni dell’allora Vicario Generale Giò Luigi Rambaudi, legato in modo speciale all’oratorio torinese di San Filippo Neri. (Fig.5).
Il particolare del trigramma sorretto da due angeli testimonia come tra i confratelli si fosse diffuso un attaccamento alla figura di San Bernardino e, con lui, alla famiglia francescana degli Osservanti, e mostra anche come fosse profonda la venerazione del SS. Nome di Gesù alla quale non era certo estranea la sensibilità religiosa della Congregazione e degli Oratori di San Filippo Neri.
La spiritualità francescana che pervade la chiesa di Santa Croce trovò poi piena affermazione con il ciclo di dipinti murali realizzato da Luca Valentino Rossetti da Orta in due diversi interventi, nel 1753 e nel 1761: impresa decorativa che coniuga la gioiosa voglia di meravigliare lo spettatore (attraverso la teatralità delle scene, la grandiosità delle figure, la capacità di ampliare illusivamente gli spazi attraverso l’architettura dipinta, …) con la evocazione della profondità e della sapienza antica del pensiero teologico della Chiesa.
Vediamo tutto questo specialmente nei dipinti murali del presbiterio dove il senso profondo del programma decorativo è quello del sentito omaggio che viene tributato alla figura della Vergine attraverso la rappresentazione in questo limitato spazio dedicato alla celebrazione delle Messe, ̶di tre dei principali dogmi mariani: l’Assunzione (raffigurata nella cupola), la Verginità perpetua di Maria (nella parete est), e la Immacolata concezione (nella parete ovest). Una coraggiosa scelta decorativa pensata come profondo omaggio alla Madre di Dio che non crediamo abbia un analogo in altre chiese.
Difficile non pensare che un simile progetto decorativo non sia stato suggerito alla Confraternita dalla consapevolezza di come la spiritualità di San Francesco fosse profondamente mariana, caratterizzata da un amore filiale e un’ammirazione incondizionata per la Vergine, vista come modello di purezza, povertà, umiltà e benevolenza. Sappiamo dello straordinario vincolo spirituale che legava Francesco alla chiesa della Porziuncola, dedicata Santa Maria degli Angeli. Il Poverello di Assisi vedeva infatti in Maria la “Vergine fatta Chiesa”, eleggendola avvocata e guida per sé e per i suoi frati. Dopo la sua morte si sviluppò negli autori francescani un’ampia messe di studi teologici che va sotto il nome di “Mariologia francescana” la cui eco si riverbera qui in tutta la chiesa e specialmente nei dipinti del presbiterio.
La figura di San Francesco, realizzata con ragguardevoli dimensioni, appare ben visibile in basso nella cupola, dove principia il movimento turbinoso di figure angeliche e di santi che pare accompagnare in cielo la figura della Vergine; quella di San Francesco, rispetto alle altre figure, si presenta in modo più maestosa, in piedi, con un ampio saio marrone proprio degli Osservanti (cari alla Confraternita), il braccio destro proteso al cielo con in mano una croce di legno: un atteggiamento che manifesta il suo ammirato trasporto perché gli è dato di assistere all’Assunzione al cielo, in anima e corpo, della Vergine Maria. Sopra Francesco volteggia un angelo, quasi a sottolineare la rilevanza della sua santità; vicino a lui, seduti, assistono alla scena altri frati francescani (Fig. 6).
Tra le arcate dell’architettura dipinta che si osserva sul lato ovest del presbiterio si celebra ̶ come tra le quinte di un grandioso teatro ̶̶ il dogma della Verginità perpetua di Maria, mettendo in scena la raffigurazione di una “disputa dottrinale” tra autorevoli personaggi storici della Chiesa. Sulla destra della scena, in un terzetto di figure che comprende San Domenico e San Bernardo di Chiaravalle, troviamo l’immagine di San Francesco raffigurata con il primitivo saio grigio cinerino ed una barba rada (come già il Rossetti lo aveva raffigurato ad Ivrea nell’ex convento di San Francesco). Il Poverello di Assisi sembra scambiare un gesto di affetto con San Domenico, quasi a celebrare (o almeno ad auspicare) – come avviene in molti dipinti – la concordia dei due ordini mendicanti (Fig. 7). Forse la mano del pittore è stata qui guidata da un erudito committente che, dando credito ad una credenza popolare, riteneva che nel 1215 i due santi fossero venuti assieme ad Ivrea. Ancora pochi decenni dopo il Benvenuti, citando fonti di archivio, scriveva:
«Contribuì non poco a rimettere la città in calma, la venuta ad Ivrea dei due SS. Patriarchi Domenico e Francesco, quali nel 1215 furono accolti con quella venerazione e stima, che meritava la loro santità, e con gioia ed inesplicabile spirituale profitto ascoltati nel predicare il disprezzo del mondo, l’amore di Dio e la penitenza […]».
Sul lato opposto del presbiterio, come già accennato, al pittore di Orta è stato chiesto di raffigurare la disputa (meglio sarebbe dire sacra conversazione) relativa al dogma più caro ai Francescani, quello della Immacolata Concezione. Erano anni in cui la controversia tra “maculisti” e “immaculisti” non era ancora affatto sopita: così, il dotto committente chiese al pittore di mettere in scena i campioni della tesi specialmente cara ai Francescani, secondo la quale, Maria, nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, è stata preservata immune da ogni macchia del peccato originale.
Due sono i francescani che partecipano alla disputa. Sulla destra, tra i promulgatori della dottrina dell’Immacolata concezione, trova posto la figura giovanile di San Bernardino da Siena, facilmente identificabile sia in virtù del “trigramma” (IHS) che egli porta cucito sul saio, sia per le tre mitre vescovili che gli stanno accanto e ricordano il suo triplice rifiuto alla nomina episcopale (Fig. 8). Il secondo francescano è seminascosto all’estrema sinistra della scena, tra gli Immaculatae conceptionis Mariae assertores: lo vediamo assiso accanto ad alcuni libri (che lo qualificano come importante studioso), in atteggiamento di meditazione, con il saio grigio cinerino dei Francescani evidenziato anche dal cingolo (Fig. 8). Chi altri può essere se non Duns Scoto, il filosofo francescano − appellato “Dottore Sottile e Mariano” − che per superare la principale obiezione all’esenzione di Maria Santissima dal peccato originale fin dall’istante del concepimento, elaborò la geniale teoria della “redenzione preventiva”?
Un altro dipinto murale vale confermare, se ancora ce ne fosse bisogno, come la chiesa di Santa Croce sia pervasa di spiritualità francescana: lo incontriamo sulla parete est della navata, subito dopo l’ingresso.
Si tratta della Invenzione della Vera Croce raffigurata seguendo fedelmente la Legenda Aurea di Iacopo da Varagine: vi si osservano un operaio intento a sollevare la croce, la regina Elena (ritratta in eleganti e vaporosi abiti settecenteschi) ed il vescovo di Gerusalemme, Macario. La giovane donna (dai biondi capelli e dagli abiti un po’ discinti) che si volge con gratitudine verso Elena, è una moribonda che improvvisamente ha ripreso tutte le sue forze (e anche la sua avvenenza) essendole stata avvicinata la Vera Croce (Fig. 9). Siamo nell’anno 320 (o 327), nel giorno 14 settembre; negli stessi giorni nel 1224 sul monte della Verna, durante un periodo di digiuno e contemplazione, San Francesco riceve le stimmate!
Il tema della Storia della Vera Croce fu, come noto, sempre particolarmente caro ai Francescani, come emblematicamente mostrano alcuni cicli pittorici famosi come quello di Agnolo Gaddi a Firenze o di Piero della Francesca ad Arezzo. Ricordiamo che la visione di Cristo sulla Croce fu verosimilmente per San Francesco il punto più alto della sua vita religiosa: essa gli valse – per la prima volta nella storia cristiana – il contrassegno delle stimmate.
Celebrare in chiesa, come ancor oggi avviene ogni 14 settembre, la festa della Esaltazione della Santa Croce, rappresenta in fondo anche un momento di riflessione su San Francesco e sulla spiritualità francescana che l’apparato decorativo della chiesa così ampiamente ci ricorda.









